Dicono di noi

SPIRITO DIVINO FEBBRAIO 2025

25/02/2025

La provincia di Siena è agricola». Così esplicito e perentorio, Guido Piovene si addentra «nella Toscana più autoctona e terrìgena », dopo aver frugato nello scrigno di Siena città. Il suo Viaggio in Italia era cominciato nel maggio del 1953 e sarebbe terminato tre anni e mezzo dopo, ma non è dato sapere quale angolo dello Stivale stesse perlustrando lo scrittore quel giovedì di inizio estate del 1954, mentre Fabio Cenni veniva al mondo: un uomo che il richiamo della terra deve averlo inteso bello forte, al punto di spingerlo a riporre nel cassetto la laurea in medicina, tanto che oggi si definisce un contadino, con la noncuranza e quasi il candore di una persona serena, a cui senti di credere, di cui ti puoi fidare. Certo, la scelta di Fabio non fa più notizia, oggi che reinventarsi un batticuore nel vino, anziché ossidarsi lentamente nella routine di una qualsiasi professione non abbastanza gratificante, è diventata un’opzione appetibile per molti giovani aspiranti vignaioli, provenienti dai più diversi impieghi. Ma conviene comunque partire da qui per fare luce sulla vicenda di Colle Santa Mustìola, la tenu-ta nella campagna di Chiusi attiva dal 1912 e poi rimasta progressivamente ai margini dell’economia familiare. Nessuno ci si dedica più a tempo pieno, così com’è gestita non può che perdere soldi e reclama perciò investimenti e ristrutturazioni. In questo senso i segnali incoraggianti non mancano: le uve aziendali vengono corteggiate e acquistate da produttori dei distretti più blasonati e finiscono in vini sempre apprezzati, talvolta anche premiati; l’affidabilità del Sangiovese locale è nota e collaudata e il poco rosso vinificato per il consumo do-mestico incassa complimenti ed elogi a ogni assaggio dei palati esperti. Perfino un «naso» selettivo come quello di Giulio Gambelli manifesta interesse e si sbilancia a riconoscere nel vino di Santa Mustìola un potenziale qualitativo di sicuro valore. Tutta musica per le orecchie di Fabio Cenni, che a fine anni 80 si guadagna da vivere come ricercatore ma va simultaneamente coltivando la passione per il vino, genuina quanto insidiosa, che lascia intravedere un piano B. Avviato alla consuetudine con le vigne già in tenera età dal nonno materno, quell’Amerigo Scaramelli che tra le due guerre aveva stabilito a Milano un fiorente commercio di vini, non solo toscani, Fabio prosegue nel suo itinerario di formazione, segnato dalle vendemmie nel podere di famiglia, come pure dai corsi di perfezionamento nella degustazione nonché da un iniziatico viaggio in Borgogna, in compagnia di un mentore d’eccezione come Giacomo Tachis. E si rende presto conto di possedere nelle vigne un ragguardevole patrimonio genetico, che già suo nonno aveva cominciato a selezionare con la collaborazione del professor Bologna, e del quale lui si impegna ad approfondire la ricognizione, coadiuvato da uno staff dell’Università di Firenze. Si fa luce così su un sorprendente campionario di biodiversità, termine che oggiutilizziamo tutti con disinvoltura, ma che solo in quegli anni comincia ad avere una significativa circuitazione grazie anche ai meravigliosi libri di Edward O. Wilson e all’inaggirabile emergenza ambientale. E si delinea un patrimonio di ben 28 diversi cloni di Sangiovese, alcuni dei quali su piede franco, la cui compatibilità è la prima scommessa del progetto Poggio ai Chiari, varato con la vendemmia 1992. Al contrario della nozione di biodiversità, la cui attestazione è abbastanza recente, «i chiari» è una locuzione plurisecolare, documentata anche in letteratura (in Seneca e Leonardo, tra gli altri) a indicare gli specchi d’acqua, e riferita qui ai diversi bacini lacustri a valle della tenuta: il lago di Chiusi, quello di Montepulciano e il Trasimeno, su cui si affacciano i vigneti. È un nome bellissimo, di rara suggestione evocativa, aereo e quasi impalpabile nella sua luminosa (in)consistenza. Ma è anche una specie di ossimoro se riferito a un rosso non filtrato, dalla personalità cangiante, lento nel prendere forma e indirizzato alla tridimensionalità da un lungo e metamorfico élevage: 5/6 anni di maturazione in botte grande, più altri 5/6 anni di affinamento in bottiglia (la più recente annata in commercio è oggi la 2014, il conto è presto fatto). La verticale allestita in occasione della nostra visita ha offerto un’affascinante sequenza, e tanti argomenti uti-li a smontare i luoghi comuni più tenaci. Ecco la 1994, vendemmia piuttosto mediocre un po’ ovunque, che qui propizia un sorso dinamico, vispo e un finale rinfrescante. Ed ecco la 2002, vendemmia piovosa e problematica se ce n’è una, tra le prime seguite da Emiliano Falsini, che affianca e poi rimpiazza Attilio Pagli nel ruolo di consulente: il vino è integro e compatto, tutt’altro che diluito, tra i più tonici dell’intero lotto. Segnata dalla riduzione la versione 2010, annata ipercelebrata che qui va invece letta in chiaroscuro: c’è bisogno di un’energica aerazioneprima che il palato ritrovi la scioltezza e l’armonia che gli competono. Così come ombrosa e ritrosa si nasconde la 2013, capace però di riscattare la reticenza dei profumi con una succosa e saporita accelerazione da centro-bocca in avanti. Anche le annate più recenti e non ancora in commercio sono proprio lì dove non te le aspetti: così la 2016, l’esatto contrario di un rosso seduttivo e piacione, con il suo corredo di erbe officinali che escono fuori alla distanza; e così anche la 2018, molto più espressiva e centrata sul frutto. Alla fine del viaggio, il Poggio ai Chiari diFabio Cenni si è rivelato un Sangiovese che ogni appassionato dovrebbe assaggiare almeno una volta nella vita. Un vino di spiazzante vitalità, che qualcuno potrebbe magari azzardarsi a ricondurre di volta in volta all’espressività di un Chianti Classico, di un Brunello, di un Nobile, ma che invece non vuole assomigliare a nessuno. Il che contribuisce a farne il vino più territoriale e identitario tra quelli realizzati a Santa Mustìola, a patto però di intendere identitario nell’unica accezione sensata di un’inquieta fedeltà alle origini. Plurali, qui più che altrove
Autore: Giampaolo Gravina